
...E IL PROPRIO NOME SCRITTO SULLA MAGLIA
Domenica ventisei settembre duemilaquattro. Uno stadio gremito, cinquantacinquemila spettatori circa. Larbitro fischiava linizio alle ore quindici precise ed un grosso centravanti in maglia numero nove sul dischetto del centrocampo dava il via alle ostilità. Il campionato era quello di terza serie, ma latmosfera non aveva niente a che vedere con quella di campi polverosi e di provincia, campi da sudare fino allultimo secondo. Minuto numero sette: calcio dangolo. Un centrocampista di fascia brasiliano con il numero sette crossava dalla bandierina, il centravanti di cui sopra in numero nove sovrastava il proprio marcatore e toccava la palla allindirizzo del numero due. Non ci sono i nomi sulle maglie, siamo in terza serie. Il numero due, difensore centrale, sfruttava lassist del centravanti argentino e mandava il rete il gol del pareggio, il primo nella storia della neonata società per la quale giocava. Finiva poi tre a tre, e giù applausi a scena aperta per una squadra che aveva sulle gambe meno di due settimane di allenamenti.
Domenica undici maggio duemilaotto. Uno stadio gremito, sessantamila spettatori circa. Larbitro fischiava linizio alle ore quindici precise, ed un grosso centravanti in maglia numero nove e con la fascia di capitano, sul dischetto del centrocampo dava il via alle ostilità. Il campionato era quello probabilmente più bello del pianeta, la massima serie del paese vincitore della Coppa del Mondo appena due estati fa. Campi polverosi e di provincia sembravano lontani dieci anni, ma qualcuno li aveva ancora bene impressi nella mente. In ogni caso anche quel giorno cera da sudare fino allultimo secondo. Solo che toccando la palla in quellistante il centravanti in maglia numero nove rivedeva in un attimo come capita nei film ogni singola domenica di quei quattro anni. Rivedeva la sua sponda di testa a favore del compagno con la maglia numero due. E rivedeva il suo primo gol in quello stadio da favola: si ricordava che quel trentuno ottobre duemilaquattro dopo aver trasformato un calcio di rigore, corse a prendere il pallone, e lo riportò a centrocampo per cercare di affrettare le operazioni, al fine di poter pareggiare la gara. Al termine di questa il risultato fu una sconfitta casalinga, evento che non si sarebbe ripetuto in quello stadio da favola per più di due anni. In ogni caso si ricordò, quella era la terza serie, e i calciatori non avevano nemmeno i propri nomi scritti sulle maglie.
Intanto quella domenica undici maggio duemilaotto cera una partita davvero importante da giocare, lo stadio come sempre pieno, eppure il grosso centravanti in numero nove dentro di sé non riusciva a pensare almeno un po ad altro. Anche a quel che successe quel trenta aprile duemilasei. Ricordava benissimo, il centravanti in maglia numero nove, che quel giorno per una volta sulle sue spalle cera una doppia cifra. Era lo stesso numero dieci che era stato indossato per sette magiche stagioni da un suo connazionale, il più grande calciatore di tutti i tempi. Dopo quella domenica di aprile nessuno avrebbe più vestito quella maglia, e lui la onorò con una bellissima rete. Ricordava, che al termine della partita si era trovato seduto sulla traversa della porta di quel magico stadio, per festeggiare la promozione. Ricordava il numero, il centravanti numero nove, ma anche che pure quella volta era la terza serie, e i calciatori non avevano nemmeno i propri nomi scritti sulle maglie.
Nel frattempo quella partita, quellundici maggio cominciava a carburare, e il centravanti con la numero nove e la fascia da capitano a partecipare al gioco, pensando che nella trance agonistica sarebbe stato impossibile continuare a pensare.
Ma non era così. Più giocava e più ricordava di ogni maledetta domenica di quegli ultimi anni. Ricordava di un rocambolesco pareggio segnato in quello stadio, in una partita importante della serie cadetta. Si ricordava di un gol in una fredda città del nord, e di una traversa centrata in uno stadio colorato azzurro-rossoblù, in uno dei più bei giorni della sua vita. Ricordava bene, che fosse il dieci giugno duemilasette. Ricordava ancora bene anche le lacrime di quel giorno, e poi di tanti altri gol ancora, questa volta sul palcoscenico più importante del mondo...
Ricordava dellurlo che aveva sentito pochi minuti prima, il centravanti in numero nove, lurlo di saluto, e il suo nome scandito da un pubblico che aveva imparato ad amarne ed onorarne lattaccamento alla propria maglia, la professionalità, la disponibilità al sacrificio, lesperienza, la mentalità vincente, e la grandezza come uomo, prima che come calciatore.
Al fischio finale scappò qualche lacrima, al centravanti numero nove, e il suo volto era umido come quello di un bambino, mentre sfilava in trionfo sulle spalle dei compagni. Si guardò intorno, il centravanti in maglia numero nove. Vide i volti di alcuni suoi giovani colleghi vestiti d'azzurro, e sorrise pensando a quanto valevano quei ragazzi, e che avrebbero potuto regalare in futuro tantissime gioie a quel magico stadio. Fu contento per questo. Pensò che il suo percorso si era invece concluso, che lui aveva fatto il suo, il suo viaggio era terminato quella domenica, in quellurlo della folla assordante. Sotto la solita numero nove indossava la maglia di cui proprio i tifosi gli avevano fatto dono, dedicata a quel grande numero dieci del passato, che era poi la storia di quella società. Mentre il nostro centravanti in numero nove era un umile, un lavoratore, uno che sta sempre con i piedi per terra, ma qualcuno gli aveva detto che la storia, quella splendida storia damore, era stata scritta anche da lui.
Cercò laltra maglia, quella con il famoso numero nove, ma si ricordò di averla donata al suo direttore, il suo mentore, luomo che gli aveva dato la possibilità di giocare in quel magico stadio. Lo vide, dallaltro dalle spalle dei compagni. Lo vide felice come un bambino, perché quellundici maggio duemilaotto, e quella partita importante, erano state trasformate in una meravigliosa vittoria. Lo vide indossare quella maglia, contento. Numero nove, e sopra cera finalmente scritto un nome: Sosa.
Gli scappò ancora una lacrima quando si ricordò che quella domenica ventisei settembre duemilaquattro lo stadio era gremito, cinquantacinquemila spettatori circa. Gli scappò, quando si ricordò che quella volta era la terza serie, e che i calciatori non avevano nemmeno i propri nomi scritti sulle maglie. Lui era lì...
Fonte: Napoli2000
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